di LUCA PACCUSSE/INTERNAZIONALE – C’è un giornalismo – quello più in vista forse – che è accomodante, ma c’è anche un giornalismo che scava più in profondità e porta a galla verità che non si possono dire. Un mestiere che può diventare molto pericoloso quello di chi opera nei media in modo libero e senza condizionamenti da parte del Potere, sia esso politico, economico o criminale. Ne sanno qualcosa i reporter di guerra ovviamente, ma anche chi lavora in contesti non bellici e si trova per le mani materiale scottante, che se rivelato può dar fastidio a più di una persona. Secondo il rapporto 2016 di Reporters sans frontières, nei 12 mesi precedenti sono stati 74 i giornalisti uccisi nel mondo. L’incolumità dei giornalisti è sempre sotto tiro, non solo nei teatri di guerra, come dimostrano episodi recenti. “MaltaFiles”, l’inchiesta internazionale che indicava Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l’evasione fiscale nell’Unione europea” sono costati cari alla giornalista e blogger Daphne Caruana Galizia che indagava sul caso.

Come lei – uccisa da una bomba che ha fatto saltare in aria la sua auto mentre era a bordo – sono stati tanti negli anni i giornalisti messi a tacere con la forza. La lista è lunga, ma focalizzandoci sui nostri connazionali, numerose sono state le vittime in territori pericolosissimi, come Ilaria Alpi in Somalia, Maria Grazia Cutuli in Afghanistan o Vittorio Arrigoni a Gaza. Molti altri sono caduti nel nostro stesso Paese, ad esempio per mano della mafia. Mauro De Mauro, cronista de “L’Ora” di Palermo si era occupato del caso Mattei e venne ucciso nel settembre del 1970 per ordine di Cosa Nostra, secondo alcuni pentiti di mafia. Non è ancora stato accertato se l’omicidio sia stato eseguito per bloccare l’inchiesta sulla morte del Presidente dell’ENI o se ci siano collegamenti col golpe Borghese. Peppino Impastato, attraverso Radio Aut, emittente libera autofinanziata, denunciò i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini e per questo fu assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 con una carica di tritolo messa sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia.

Giancarlo Siani, giovane corrispondente de “Il Mattino” di Napoli, nel 1985 scrisse che l’arresto del boss Valentino Gionta fu possibile per una “soffiata” del clan Nuvoletta ai Carabinieri, provocando una reazione nei suoi confronti da parte del suddetto clan, che non ci stava a passare per “infame” agli occhi degli altri boss partenopei. Non solo criminalità organizzata. Alcuni giornalisti sono stati anche nel mirino dell’estremismo politico: Walter Tobagi, che per il “Corriere della Sera” seguiva le vicende relative agli “anni di piombo”, venne ucciso nel 1980 sotto la sua abitazione da un gruppo di assassini della Brigata 28 marzo, affiliato alle BR. I giornalisti sono in pericolo ogni giorno in paesi come il Messico, divenuto ormai una terra i cui omicidi, rapimenti e violenze sono all’ordine del giorno grazie anche alla complicità tra i cartelli del narcotraffico ed elementi degli apparati amministrativi dello Stato. La Russia è un altro paese noto per l’alto numero di giornalisti uccisi fin dagli anni ’90, la maggior parte dei quali rimasti irrisolti, basti pensare al caso di Anna Politkovskaya (2006), nota per i suoi articoli sul conflitto in Cecenia dove ha più volte denunciato violazioni dei diritti umani. Chi non viene eliminato fisicamente è spesso incarcerato, come avviene in Turchia e Cina, che primeggiano in questo senso. È amaro e diretto il commento del figlio della giornalista maltese uccisa recentemente: “Mia madre è stata assassinata perché si è trovata in mezzo tra la legge e coloro che cercano di violarla, come molti altri giornalisti coraggiosi. Ma è stata colpita anche perché era l’unica a farlo. Ecco cosa accade quando le istituzioni dello Stato sono incapaci: l’ultima persona che rimane in piedi spesso è un giornalista. E quindi è la prima persona che deve morire”.

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