di ELEONORA FESTUCCIA/CANNETO – È incredibile come una delle pagine più importanti della nostra storia sia stata pressoché rimossa. Fa male ammetterlo, ma si tratta di una “memoria monca”. Un ricordo deturpato, che gli eventi e gli anni trascorsi hanno provato ad ammazzare, ma che fortunatamente rimane ancora aggrappato ad un filo di vita, grazie al lavoro di chi è deciso a non dimenticare. La strage che si consumò a Canneto il 10 dicembre 1920 non è “roba vecchia”, ma è un pezzo di storia del nostro territorio e del Paese intero che sì, parla del passato, ma anche inequivocabilmente del presente. 97 anni; tanti ne sono passati da quel terribile giorno. Sembra un tempo infinito, ma non lo è: i nostri nonni e bisnonni hanno vissuto quell’epoca, ne hanno respirato umori e sensazioni. Era il periodo delle olive, allora la raccolta durava da ottobre a marzo, il lavoro si svolgeva a mani nude, cogliendo da terra.
Quel giorno di dicembre, undici braccianti – tra cui due donne – che manifestavano per migliorare le proprie condizioni lavorative, furono uccisi dai Reali Carabinieri. Tredici furono i feriti, tra cui una superstite che rimase invalida per tutta la vita. Un bilancio pesantissimo, una vera strage per reprimere uomini e donne uniti nella protesta. Tra i manifestanti c’erano lavoratori locali, ma anche stagionali, provenienti dalle Valli del Turano e del Salto. Come ben spiegato in un prezioso opuscolo redatto da Emolo Ceccarelli e Giovanni Franzoni, “l’ingresso di manodopera esterna e più ricattabile per l’infinita povertà di estrazione, serviva a calmierare le rivendicazioni del bracciantato locale notevolmente sindacalizzato e organizzato”. La speranza dei proprietari terrieri era probabilmente quella di innescare una guerra tra poveri. Lavoratori locali da una parte e stagionali “forestieri” dall’altra. Una speranza vana, perché la battaglia degli uni e degli altri si unì inesorabilmente. Non si trattava di una lotta contro lo Stato ideata da un gruppo di pericolosi sovversivi; quei manifestanti erano semplicemente ragazzi, uomini e donne che chiedevano l’applicazione dei vigenti patti colonici: una diminuzione delle ore di lavoro e un aumento della retribuzione a fronte di una situazione insostenibile, in cui le donne – come ricordato nel testo redatto da Ceccarelli e Franzoni – venivano pagate mezzo litro d’olio ogni 60 kg di olive raccolte; mentre gli uomini 6 o 7 lire a giornata. La repressione con il sangue fu devastante, ma il processo aprì una ferita altrettanto profonda.
Nessuno dei Carabinieri pagò per l’accaduto: il primo grado dispose l’immediata cattura e il rinvio a giudizio dell’appuntato Ruggeri e il tenente Cavaliere, i quali avrebbero dovuto rispondere alle accuse di omicidio e lesioni volontarie. Non si fece attendere una reazione di forte ingerenza, che avrebbe ostacolato le successive fasi di giudizio. I due imputati furono prosciolti e rimborsati delle spese processuali sostenute, nessun risarcimento invece per le vittime ed i familiari.
E allora forse si comprende perché la memoria sia pressoché svanita, sventrata dall’in-giustizia che non ha mai punito i responsabili; persa nelle aule dei Tribunali di un Paese che di lì a poco avrebbe vissuto il ventennio fascista. Una storia soffocata dagli eventi, infatti – come ha ricordato Emolo Ceccarelli a Qui News – durante il fascismo era sconveniente parlarne, ma ancora negli anni ’50 si incontravano molte resistenze nell’affrontare l’argomento. Quando Nello Meschini (esponente del PC dell’epoca, ndr) propose una lapide commemorativa, arrivò il secco “no” della Prefettura. Nel tempo, l’avvenimento è stato in qualche modo rimosso anche dai cannetani che, rispetto alla strage, hanno vissuto sentimenti misti di senso di colpa e vergogna.
Ma la memoria non è persa per sempre: sin dagli anni ’70 è iniziato un lavoro di ricostruzione storica grazie al contributo di alcuni giovani riuniti nel cosiddetto “Collettivo del limone”, nel quale hanno lavorato – tra gli altri – Nunzio Testa, Elio D’Innocenti e Cira Massari. Una ricerca svolta da nostri concittadini su impulso dell’allora Sindaco Ceccarelli. Negli anni a seguire la storia dell’eccidio è stata riportata da varie fonti e raccontata in alcune pubblicazioni, come quelle di A. Maria Formichetti e di Roberto Giorgi o il già citato opuscolo di Emolo Ceccarelli e Giovanni Franzoni. Solo nel 2004, nella piazza di Canneto, è stata allestita la lapide in ricordo dei caduti. Troppo tardi forse, ma per sempre incisa nella pietra. Una delle ultime commemorazioni risale al 2010, promossa dai ragazzi di “Popolo 33”. C’è stato dunque chi ha lavorato sodo, per mantenere in vita uno spiraglio di memoria, ma pochi altri hanno parlato di questa ferita mai rimarginata. Anche la sinistra locale – che secondo convinzioni preconfezionate dovrebbe essere maggiormente interessata al tema – ha talvolta dimostrato di ignorare i fatti di quel tragico giorno. Il massacro di quel 10 dicembre deve essere memoria per tutti, nessuna bandiera e nessun colore potranno scalfire il sacrificio di uomini e donne uniti nella battaglia per i diritti. Un esempio più attuale che mai: ci vorrebbero gli uni contro gli altri. No. Noi no. Uniti ricostruiamo la nostra storia, dalla quale abbiamo ancora tanto da imparare. Anche in onore della loro memoria: Leonilde Bonanni, Antonio Di Marco, Giuseppe Giovannini, Tullio Joschi, Francesco Lazzari, Carlo Marini, Luigi Pandolfi, Angelo Perini, Vincenzo Salusesto di Luigi, Luisa Turchetti e Marcello Vittori. Nomi che parlano della nostra storia. Non solo del passato, ma anche del presente. Ammesso che si abbia voglia di ascoltare.

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