di LUCA PACCUSSE 

LONDRA – Mentre si celebrano i 60 anni dalla firma dei Trattati europei, da alcuni mesi c’è un inquilino che sta preparando le valigie e aspetta solo l’okay per uscire dai palazzi di Bruxelles. Il Regno Unito è sempre stato un paese membro particolare in seno alla Comunità Europea: autonomo, diffidente, troppo distaccato per sentirsi continentale, a metà strada tra Europa e Usa e membro di primo livello di altre grandi organizzazioni o alleanze globali. Basti pensare che i cittadini canadesi e australiani sono ancora formalmente sudditi di Elisabetta II. In questi giorni, è iniziata la procedura per l’addio all’Unione Europea che durerà almeno un paio di anni. “Non vogliamo nessuna parziale appartenenza alla Ue, nessuna associazione con la Ue, niente che ci lasci metà dentro, metà fuori” ha dichiarato la Premier Theresa May, posizionandosi decisamente su una hard Brexit, cioè fuori da UE e dal mercato comune per una Global Britain, “il migliore amico dei nostri partner europei, ma che cerca amici, rapporti e alleati oltre i confini dell’Europa, nel mondo”. Dal punto di vista economico sono in molti, tra gli europeisti, a giurare che la Brexit danneggerà più Londra che Bruxelles. Secondo uno studio del Centre for European Policy Studies – think thank finanziato tra l’altro dalla Commissione europea – le perdite per il Regno Unito sarebbero pari a quasi un punto del Pil nazionale all’anno, con un calo delle esportazioni nel continente, che attualmente valgono il 7,5% del Pil. Senza contare la paventata fuga delle multinazionali dalla City.

Sotto questo punto di vista però, chi ha visto Londra anche recentemente, potrebbe dubitare di queste previsioni catastrofiche, dato che la capitale britannica ha un polo finanziario addirittura pari a Wall Street ed è una capitale globale a tutti gli effetti capace di attrarre investimenti da ogni angolo del globo. Al dibattito sulle conseguenze della Brexit si è unita in questi giorni la reazione – tipicamente british – agli attentati di Westminster (la risposta consigliata da May è quella di compiere “milioni di gesti di normalità”) e la preoccupazione che il Regno non sia più tanto…”Unito”. Alla Scozia infatti non è andata giù l’uscita dalla UE e così il primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon ha proposto un nuovo referendum per l’indipendenza. Una Scotexit insomma, che sarebbe ancora più clamorosa della Brexit e probabilmente avrebbe conseguenze più pesanti per l’Inghilterra (che a questo punto rimarrebbe sola insieme al Galles e all’Irlanda del Nord, dove c’è sempre chi spera in una riunione con Dublino prima o poi). L’Inghilterra inoltre vive un divario tra Londra, le regioni del nord e quelle dell’est ormai deindustrializzate spaventate dall’immigrazione, dalla disoccupazione, i bassi salari e l’indebitamento delle famiglie. Sono queste comunità che hanno votato in gran parte per la Brexit, a differenza della ricca e multiculturale Londra dove ha prevalso il Remain (nei giorni scorsi si è anche tenuta una marcia per l’Europa). La capitale inglese si può definire quasi una città-stato che concentra al suo interno tutte le principali attività economiche, finanziarie, politiche e culturali. E se nel suo futuro ci fosse un destino come quello della Svizzera o Singapore…?

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